Bosnia, incontri da autostop

Il 28 agosto via Mula Mustafe Baseskije di Sarajevo è chiusa al traffico. Ci sono un paio di pattuglie della polizia, una piccola folla di persone e un numero esagerato di giornalisti. Al microfono, qualcuno parla in bosniaco ma non capisco cosa sta dicendo. Tra le teste della gente vedo alcune corone di fiori deposte sotto una targa commemorativa. Fermo una passante che in un inglese improvvisato mi spiega che c'è stata la guerra e che lì molte persone sono morte.
 
Il giorno dopo, sono in viaggio verso Mostar. Al volante, Mik racconta che quel famoso 28 agosto 1995, si è salvato la vita per puro caso. Solo un'ora prima che cinque proiettili da mortaio uccisero 43 persone, lui si trova in quel mercato. Mik è bosniaco, è nato a Trebinje e cresciuto a Dubrovnik. Durante la guerra era a Sarajevo, aveva da poco finito di studiare ingegneria meccanica e lavorava in una fabbrica specializzata nella produzione di granate.

Mik non ama parlare della guerra ma, nel corso della mattina che passiamo insieme, capisco che non può evitare di parlarne. La guerra centra con qualsiasi cosa egli voglia dire ed è la spiegazione a molti dei dubbi che sono sorti mentre visitavo la Bosnia.

Anche lui è di passaggio nel suo paese. Vive in Australia da tanti anni ed è ora in vacanza. A Sarajevo era stato a visitare il padre, che vive con la sola compagnia degli amici del quartiere. Sono loro che telefonano quando l'anziano manca al quotidiano appuntamento carte-caffè nel bar di fiducia e si assicurano che stia bene. Mik sta andando a Dubrovnik per festeggiare il compleanno del nipote. Viaggia solo, con una radio rotta, rallentando e accelerando per guardare meglio il paesaggio delle Alpi Dinariche.
Per lui bosniaci, croati, serbi... sono tutti uguali. Quello che non capisce è come d'improvviso fratelli, vicini, amici abbiano preso le armi e abbiano cominciato a uccidersi fra di loro. “Solo io ho visto almeno quindici bambini morti... io, che sono un solo uomo”, ci dice. Mik parla a bassa voce, non conclude le frasi e cambia spesso discorso.

Dice che vorrebbe farsi una casetta nel sua paese, vivere sei mesi in Australia e sei in Bosnia sarebbe l'ideale. Gli manca la naturalezza e la bontà dei bosniaci, che dice, non si può trovare da nessun'altra parte.

Mik cerca di rispondere a ogni nostra domanda ma quello che più gli sta a cuore e sapere se la Bosnia ci è piaciuta, che nel suo paese siamo stata bene. La risposta è sì, il popolo Bosniaco è gentile ed è sempre disponibile a soccorrerci quando siamo in difficoltà.
Sulla via per Mostar, Mik ci mostra le bellezze del suo paese. Ci racconta che quando si va a visitare qualcuno, prima di tutto si deve assaggiare le diverse specialità fichi. Questo è il frutto più amato nel paese, seguito dall'uva che viene usata per la produzione di vino e di rakia. La grappa locala si deve bere solo ed esclusivamente mangiando, durante la cosiddetta mesa. Mik ci racconta che sempre più turisti vengono in Bosnia a fare rafting, ci mostra il lago artificiale di Jablanica e il fiume Neretva.

L'unico modo che abbiamo per raggiungere Blagaj da Mostar è facendo l'autostop e allora Mik, devia dalla sua strada e ci accompagna perché “Blagaj è un posto bellissimo, dovete andarci!”. Ha ragione. Il villaggio di Blagaj, sorge nella vallata del Buna, fiume che a valle si unirà al Neretva, ma che qui è ancora ghiacciato e pulitissimo. E' proprio qui che i dervisci hanno scelto di rifugiarsi. Hanno usato la parete della roccia per costruire la loro tekke in legno, la sorgente del Buna per purificare la loro casa.

Prima di salutarci, Mik ci indica il migliore ristorante del villaggio, trova l'ingresso e prezzo del museo e si assicura che troviamo un bus per ritornare la sera a Mostar.
I giorni successivi che abbiamo passato in Bosnia, ci siamo impegnate a non cercare più di leggere la storia disastrosa sulle strade delle città ma a goderci questo meraviglioso paese e la gentilezza della sua gente.


Mostar - Vista da Stari Grad, il Ponte Vecchio
La Tekka di Blagaj

Mostar, sulla strada
Mostar, edifici prendono vita

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